La strage del 3 ottobre già dimenticata Bologna ospita la festa della dittatura eritrea

In Comune nessuno si è accorto che la città, medaglia d’oro della Resistenza e simbolo della fermezza contro il terrorismo, sta offrendo la sua immagine a uno dei regimi più sanguinari del nostro tempo

Le salme dei profughi eritrei annegati a Lampedusa (foto Palmisano/Sestini)

Bologna ospita per quattro giorni il festival della dittatura eritrea. La città della strage del 2 agosto 1980, 85 morti e 200 feriti, offre al regime del sanguinario presidente a vita Isaias Afewerki la possibilità di celebrare se stesso: alla faccia dei 366 profughi eritrei annegati di fronte a Lampedusa il 3 ottobre 2013, degli altri 13 connazionali affogati il 30 settembre davanti alla spiaggia di Sampieri, a Scicli in Sicilia, e di tutti gli esuli fuggiti dall’Eritrea e in questi anni morti a migliaia tra il deserto del Sahara, i campi di detenzione in Libia e il mare Mediterraneo. Nel calcolo dell’orrore di quanto avverrà a Bologna, vanno aggiunti i 9.834 eritrei che l’Italia ha dovuto accogliere nel 2013, le migliaia che arriveranno quest’anno e le decine di migliaia sbarcati nell’ultimo decennio. Prima di autorizzare una manifestazione così oltraggiosa, il ministero dell’Interno, la questura e il Comune avrebbero potuto chiedere agli organizzatori almeno un rimborso sui danni umanitari e anche economici che il loro beneamato despota provoca al bilancio dello Stato italiano.

 

Se il danno umanitario è incommensurabile, quello economico è più facile da inquadrare. Giusto due conti. L’operazione di soccorso «Mare nostrum» costa all’Italia circa 9 milioni al mese. Il «Fondo nazionale per l’accoglienza dei minori non accompagnati» ha ricevuto un finanziamento di 20 milioni nel 2013. Il «Fondo presso il ministero dell’Interno per far fronte ai problemi indotti dal fenomeno dell’immigrazione» altri 190 milioni, sempre nel 2013. Un totale di 318 milioni soltanto per lo scorso anno, al quale vanno aggiunti i costi operativi di Guardia costiera, Guardia di finanza, polizia, magistratura, personale sanitario, organizzazioni civili, volontariato. Sul totale di 42.925 profughi arrivati in Italia nel 2013, gli eritrei sono il 23 per cento. Le conseguenze sul bilancio dello Stato della dittatura in Eritrea, soltanto per gli sbarchi, i relativi soccorsi e l’immediata assistenza, ammonta così a più di 73 milioni in un solo anno.

Non badano invece a spese gli amici bolognesi del dittatore Afewerki che prevedono di attirare diecimila visitatori, eritrei e non, da tutta Europa. Per quattro giorni hanno affittato la grande Arena Parco Nord: un intenso programma di concerti, spettacoli teatrali, conferenze, incontri dalle 10 del mattino di venerdì 4 luglio alle 5 del mattino di lunedì 7 luglio, come è scritto nell’invito, con un appuntamento pre festival anche giovedì 3 luglio. L’area, che proprio un anno fa il Comune ha intitolato al chitarrista scomparso Joe Strummer, è la stessa in cui venivano organizzati i Festival dell’Unità, in via Stalingrado. Un indirizzo appropriato dove festeggiare Afewerki e i suoi sgherri che si sono impossessati dell’Eritrea il 18 settembre 2001, facendo sparire centinaia tra ministri, giornalisti, oppositori e semplici sospettati nei gulag disseminati nel deserto.

In un’intervista ai reporter del ministero dell’Informazione di Asmara,l’ambasciatore a Roma, Zemede Tekle, ha confermato che nell’organizzazione del festival bolognese sono direttamente coinvolti rappresentanti del governo e del Pfdj, il partito unico che sostiene la dittatura di Afewerki.

Merhaui, 14 anni, profugo eritreo rapito nel deserto, fotografato poco dopo la liberazione in Egitto

Il Festivalbolognaeritrea ha un proprio sito internet ed è dedicato al quarantesimo anniversario del raduno organizzato nel 1974 proprio a Bologna per sostenere la guerra d’indipendenza dell’Eritrea dall’Etiopia. Indipendenza proclamata il 24 maggio 1993: Isaias Afewerki e i suoi ufficiali erano ancora gli eroi della lotta di liberazione.

 

«Tra Bologna e l’Eritrea è amore a prima vista», ricorda quegli anni il blog eritrealive.com annunciando il festival 2014: «La città amministrata dal sindaco Renato Zangheri mette a disposizione strutture e competenze per aiutare gli eritrei così, mentre in patria si combatte, la diaspora quando si ritrova organizza concretamente l’aiuto, raccoglie e invia soldi, medicinali, organizza la resistenza. Questo legame è il motivo per cui, in Eritrea, è frequente ritrovare il nome “Bologna”. Non un lascito coloniale ma una scelta spontanea: ristoranti, bar, hotel, falegnamerie, circoli, negozi e una centrale via di Asmara, godenà Bologna, ringraziano la città italiana per il sostegno e l’amicizia».

Ma, come nel finale del romanzo di George Orwell «La fattoria degli animali», i leader rivoluzionari spesso si ritengono migliori del loro popolo. Così il 18 settembre 2001, approfittando della disattenzione nel mondo per l’attacco dell’11 Settembre negli Usa, Isaias Afewerki da presidente provvisorio in carica dal 1993 si autonomina di fatto presidente a vita e ordina l’ondata di arresti: a cominciare dai suoi alleati nel partito unico che sostenevano il processo verso l’introduzione della prima Costituzione democratica, ratificata già nel 1997, e le prime elezioni libere, in programma nel dicembre 2001 e rimaste sulla carta.

Da allora l’Eritrea si è affermata come una delle dittature più feroci e odiose di tutta l’Africa. Non solo gli oppositori, ma anche gli adolescenti che semplicemente si rifiutano di essere imprigionati nel servizio militare a vita vengono arrestati e trasferiti nei campi di concentramento nel deserto.

Il 4 novembre 2004 centinaia di studenti liceali prelevati dall’esercito davanti agli istituti, compresa la scuola italiana di Asmara, furono rinchiusi nella prigione di Adi Abeito. La sera scoppiò la protesta e gli ufficiali di Afewerki inviarono centinaia di soldati e tre carri armati: spararono per cinque minuti, raffiche di mitra contro i ragazzi inermi.

Il massacro e i morti di quella notte sono stati ricordati un anno dopo da uno studente rimasto anonimo, con una lettera lasciata sul tavolo della sala professori della scuola italiana di Asmara: «Da quelli che erano davanti si sono levate le ultime voci di disperazione», è scritto nella lettera, «una decina dei giovani erano morti. Presi dalla paura, scappando dai soldati, ad un quarto del campo abbiamo fatto dei mucchi di persone; in alcuni erano poste fino quattro persone una sopra l’altra».

È soltanto una delle tante stragi. Quel coraggioso studente sperava di denunciare al mondo il massacro. O almeno a noi italiani. La direzione dell’istituto, tutti gli insegnanti, che fanno capo allo nostra ambasciata, l’ambasciatore e il ministero degli Esteri hanno però taciuto. Sia in Eritrea, sia in Italia. E la lettera è rimasta nascosta per anni.

È questo il pugno di ferro che con la sua rete di complicità europee, molte in Italia, da una decina di anni spinge migliaia di ragazzi e ragazze a scappare in Europa, anche attraverso il pericoloso viaggio verso Lampedusa. Tanto che tra i sopravvissuti del naufragio del 3 ottobre c’era un ragazzo che alla polizia ha confidato di essere addirittura il nipote dell’ambasciatore eritreo a Roma.

In quei giorni l’ambasciatore Zemede Tekle aveva inviato i propri 007 sia ad Agrigento, al funerale farsa senza bare organizzato dalla prefettura, sia a Lampedusa per fotografare e identificare gli esuli sopravvissuti. La ritorsione del regime è quella di far arrestare il padre oppure uno o più parenti delle ragazze e dei ragazzi fuggiti. Un ricatto che rende tutti sottomessi ad Afewerki, anche dopo l’arrivo in Europa.

Forse in Comune e in questura a Bologna non hanno mai letto la storia del viaggio di Salomon, due anni, rapito nel deserto con la madre, Freueini, poi sequestrato in Libia e morto nel naufragio del 3 ottobre. E di quella sua ultima immagine, prima che fosse sigillato nella minuscola bara bianca, così come l’hanno vista i sommozzatori dei carabinieri in fondo al mare. Quelle braccia della mamma che ancora lo stringono forte. La mano a proteggergli la bocca e il nasino perché non affoghi. E lei, Freueini, così giovane, con il crocefisso della catenina stretto tra le labbra.

Forse è anche per questo (e per il probabile supporto di qualche nostalgico stalinista riciclato nel Pd) che in Comune nessuno si è accorto che Bologna, medaglia d’oro della Resistenza e città simbolo della fermezza contro il terrorismo, sta offrendo la sua immagine a una delle dittature più sanguinarie del nostro tempo.

Fonte: http://gatti.blogautore.espresso.repubblica.it/2014/06/27/la-strage-del-3-ottobre-gia-dimenticata-bologna-ospita-la-festa-della-dittatura-eritrea/

 

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